
Parafrasando Rossini che cantava “… la calunnia è un venticello, un’ auretta assai
gentile che insensibile sottile [ …] incomincia a sussurar..nelle orercchie della gente,
s’introduce destramente e le teste ed i cervelli, fa stordire e fa gonfiar” . La calunnia
in questo caso è la ciarla sul rigore che si richiede ai giovani da più parti. Il clima
di grottesca restaurazione della scuola, che trova voce anche nelle pagine de La
Repubblica, è infarcito di obsoleti luoghi comuni. L’entusiasta Pirani definisce la
nostra ministra dell’istruzione quasi una vestale della disciplina, mentre Giovanni
Valentini con la maggiore sobrietà e responsabilità che lo caratterizza, inizia il suo
pezzo con questo incipit:” la scuola deve anche provvedere alla formazione complessiva,
non c’è dubbio che un maggiore rigore possa favorire la crescita individuale preparando
meglio alle prove della vita” C’è da rimanere esterrefatti. Di quale scuola parliamo?
Per un docente come me, che insegna da oltre trenta anni nella scuola pubblica, quelle di
Pirani sono le tipiche affermazioni di chi non vive la scuola dal di dentro e non soffre
il profondo disagio dei ragazzi. Quei ragazzi che vivono nelle più tristi realtà
periferiche, ma anche studenti delle cosiddette scuole storiche. Gli istituti di pregio.
Sanno costoro che, come accade in uno dei più prestigiosi licei romani, gli studenti
trascorrono il tempo scuola in cunicoli senza luce e senza aria? Forse vivo una
dimensione onirica per cui ancora non mi sono reso conto che la scuola italiana è, al
pari di quella europea, una realtà che risponde efficacemente al suo compito educativo, o
allora come solito si parla con pericolosa disinvoltura, dimenticando di porsi
interrogativi più importanti.
Che cosa è la scuola oggi in Italia? Che cosa dà e sa offrire la nostra scuola?
Quali sono le sue effettive condizioni strutturali e qual è la realtà pedagogica e
didattica del suo corpo docente? E’ veramente così lontana e alternativa, la nostra
scuola, da una società psicotico-televisiva che incorona qualche velina a ruolo pubblico
e che tutto premia fuorché la consistenza pensante? Questa è l’Italia le cui istituzioni
se da un lato gridano tolleranza zero impongono anche messaggi diseducativi e devianti
(vedi leggi ad personam e la serie ininterrotta di aberrazioni di Stato).
Cosa offre l’italica scuola, in termini di spazi, di strutture, di preparazione degli
insegnanti, di presupposti seriamente culturali, ai suoi giovani? Conoscono i cari amici
giornalisti lo stato da “baraccati” in cui versa l’ottanta per cento della nostra
edilizia scolastica? Hanno mai vissuto, come vivono molti nostri studenti, in aule
ricavate da sozzi garage affittati a caro prezzo e pagati con denaro pubblico? In uno
degli ultimi scambi “Comenius”, con un piccolo centro dell’Austria, gli studenti di
questa piccola ma lucida nazione erano esterrefatti di trovarsi in luoghi tanto inadatti
al lavoro scolastico. E noi, una volta lì, in quei privilegiati luoghi, ci sentivamo
demoralizzati rispetto alla efficacia e alla bellezza delle strutture scolastiche che
trovavamo, ai progetti assolutamente funzionali e condivisi da quella società che ritiene
la scuola il primo fondamento di una nazione e che investe risorse finanziarie, energie
e offre seria preparazione ai docenti. Come si può parlare di rigore quando gli adulti
del nostro Paese tutto esprimono fuorché il cosiddetto rigore? In Germania mi sono
trovato ad ascoltare un collega di Musica che parlava della fondamentale importanza delle
aule e degli spazi dove si realizza l’educazione dei ragazzi. Spazi che devono far
sentire gli allievi a loro agio. Io, insegnante convinto, ho dovuto acquistare
un’apparecchiatura per l’ascolto affinché i ragazzi acquisissero la conoscenza reale del
percorso storico musicale. Le nostre scuole sono alla bancarotta. Sono quasi due anni che
le scuole possono garantire al massimo il parcheggio dei ragazzi, più che la
realizzazione di un itinerario educativo.
Cosa si intende con Rigore nella Istituzione educativa più trascurata d’Europa?
Queste peregrinazioni retoriche di alcuni editorialisti vogliono semplificare ciò che non
può essere semplificato e ciò che non può essere ridotto a cifra.
Caro Mario Pirani, lei sa di cosa è colmo il tanto declamato voto? E’ colmo di nulla.
Nessuna contestualizzazione. Nessun porsi il problema. Nessun discorso scientificamente
pedagogico. Il dialogo si è ridotto al banale: “Tizio va bene e Caio male”. Ormai solo
Galimberti, insieme a una folla di seri scienziati dell’educazione, continua a gridare
solitariamente che è l’adulto che deve dare senso e passione al lavoro dello studente. La
famosa motivazione di un tempo altro non è che l’onestà degli adulti. Ad esempio questi
ultimi esami di licenza media sono stati infarciti dal ridicolo di circolari ministeriali
che dicevano e contraddicevano. Confuse e approssimative e finiti con la conta aritmetica
del voto alla calcolatrice o con la farsa delle prove INVALSI, cosiddette prove europee,
in una scuola che di europeo ha ben poco.
Forse dovremmo realizzare e riconoscere, una volta per tutte, la verità che sta alla base
di ogni processo educativo. “I ragazzi rispondono perfettamente alla intensità emotiva,
alla sincerità, alla passione e alla preparazione dell’adulto”.
E rispondono con l’impegno. Non temono il rigore ma odiano la mediocrità e sprezzano la
superficialità e l’inganno che invadono la nostra povera cittadella dello spirito. I
giovani osservano e purtroppo acquisiscono i modelli imposti dagli adulti, sia esso
insegnante che genitore. C’è poi l’altra grande questione. Chi sono i giovani di oggi?
Conosciamo i nostri figli? Pensate che basti loro la scuola dei tagli – che per la già
scheletrica scuola italiana è un tragicomico paradosso – la scuola delle emergenze, la
scuola degli insegnanti più anziani e demotivati d’Europa?
Forse Pirani non sa che alcune scuole stanno chiudendo per mancanza di fondi.
Il governo del voto in condotta non si preoccupa di dare alle scuole i fondi minimi per
la sopravvivenza. Dunque il voto altro non è se non la semplificazione delle
semplificazioni. La metafora di un’assenza che ben esprime la più grande colpa che
l’Italia abbia mai avuto: l’avere abbandonato i propri giovani.
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