domenica 26 luglio 2009

UNA ROMA FREMENTE DI MUSICA?




Una Roma fremente di attività culturali, di cori e coralità, di musica e musicalità, di suoni e pensieri, di sorriso e di senso? Non proprio!
Per avere il quadro di una realtà simile a quella disegnata nell’interrogativo basta guardare, non tanto all’Europa delle grandi capitali, ma anche e soprattutto a piccoli centri come Freiburg. Freiburg è una cittadina di circa diecimila abitanti e possiede circa dieci orchestre o complessi musicali ed un numero biblico di associazioni corali.
La sua vita musicale e culturale non sono legate tout simplement alla iniziativa, pur diversa ed articolata delle istituzioni musicali, radicalmente diverse da quelle italiane, ma è estesa alla straordinaria iniziativa di gruppi spontanei, amatoriali, ma altamente professionali, ad associazioni culturali, a numerose scuole di formazione musicale.
Ed infine ad una Scuola che realmente forma i ragazzi alla vita sociale, culturale e politica. Questi gruppi strumentali o vocali sono una emanazione naturale delle sontuose programmazioni dei luoghi ufficiali . Non esiste in tutta Europa, soprattutto nei Paesi di grande tradizione luterana e di diffusa cultura musicale, una latitanza partecipativa quanto quella che si registra in Italia.
Il quadro pivilegiato è il seguente: le singole iniziative di formazione, nate spontaneamente e capillarmente diffuse sul territorio, portano alle grandi Istituzioni culturali, in una continua relazione osmotica. La formazione, nata nella culla viva del territorio, favorisce l’atteggiamento critico ed analitico nei confronti delle grandi produzioni e condiziona anche l’elaborazione dei programmi ufficiali.
Teatri d’opera e grandi orchestre sono costretti a tenere conto di una diffusa competenza comune, estremamente raffinata, e ad elaborare programmi non scontati ma al contrario colmi di quella ansia esplorativa propria dei ricchi territori della produzione musicale.
Ritornando a Roma possiamo leggere questa città attraverso alcuni segni inequivocabili che ci dicono quanto sia ancora da costruire un discorso di sollecitazione e di slancio educativo che porti il fruitore ad una reale partecipazione e lo aiuti a sviluppare una capacità di leggere l’evento culturale con vera proprietà critica. Queste prerogative appartegono ad una Societas nuova e profondamente responsabile.
La preoccupazione primaria di ogni corpo politico ed istituzionale dovrebbe essere quello di edificare non solo una scuola di vera eccellenza formativa, ma una società in continua evoluzione culturale, con una diffusione capillare di laboratori di studio e produzione culturale. Non possiamo lamentarci della incapacità di essere responsabilmente civis senza costruire un discorso di cultura vissuta in prima persona.
L’uomo nato dal Pensiero, col Pensiero, nel Pensiero è l’unico antitodo al qualunquismo dilagante, alla ipnotica tensione distruttiva, alla negazione di ogni prospettiva futura.
Se dovessimo misurare il termometro culturale di Roma besterebbe guardare alcuni e apparentemente piccoli fatti, tristemente eloquenti.
Il mio lavoro di musicista e docente mi porta sovente a cercare spartiti o libri di specifico contenuto musicale. Ma ecco il serio interrogativo: “Dove acquistarli?” Sapete che a Roma non esistono praticamente negozi di edizioni musicali che possano dignitosamente chiamarsi tali e soddisfare le esigenze di coloro che frequentano uno dei più importanti conservatori italiani oltre alle esigenze di insegnanti, professori d’orchestra, di direttori, di maestri di coro, ed associazioni musicali?
La politica economico aziendale della Feltrinelli ha pensato bene di smantellare i punti Ricordi, unica sorgente di vita editoriale musicale, per specialisti e non, per studenti del conservatorio o professionisti dell’auditorium. Questo è avvenuto senza alcuna discussione o polemica e con la assoluta indifferenza della città.
All’ombra del bel Monolite di Renzo Piano, dove tutte le strade di Roma portano e per il quale esistono, nella sorniona città, divertenti o grotteschi florilegi di indicazioni, il silenzio incombe. La nostra città sembra essere un grande contenitore di Eventi che non sono partoriti da una comunità colta ed impegnata ma ne sono invece molto lontani.
Altro esempio di follia suicida è quello della chiusura della cosidetta Sala Borromini. In passato si parlò di restauri ma gli anni sono trascorsi e quella porta rimane sempre chiusa. Certo i nostri amministratori forse ignorano l’importanza che questo spazio occupa per la storia della musica e dell’arte mondiale. La sala Borromini è il primo vero grande auditorium di Roma. Nata all’inizio del ‘600 con la complicità illuminata di tre geni: il compositore Giacomo Carissimi inventore dell’Oratorio, l’architetto Francesco Borromini e quel pedagogo illuminato di Filippo Neri è l’unico e primo vero esempio di interdisciplinarietà per la meditazione musicale. Intuizione modernissima.
Un lugo dove se per ben quattro secoli hanno risuonato certo le voci tuonanti della controriforma, aleggiavano anche e forse soprattutto, le terse armonie della scuola romana ed in tempi più recenti le sofferte ed impegnative prove della contemporaneità e le note emozionate e sorridenti dei giovani musicisti delle scuole. Oggi è ridotto a polveroso archivio del comune di Roma in attesa, forse un giorno, di ritrovare il rispetto e la funzione dovuti. Se solamente il nostro sindaco comprendesse il portato simbolico di tale luogo lo elegerebbe a riferimento nobile e privilegiato di ogni fremito musicalmente creativo. Ma è proprio vero che questa straordinaria città vive oggi la tanto strillata Renassaince ? Certo esiste il fasto architettonico dell’Auditorium come esistono la Casa del jazz e diverse altre nobili realtà “espositive”, ma la situazione della musica colta si è veramente evoluta e ad esempio trenta anni fa era proprio così tragica?
Si può cominciare col dire che fino all’inizio degli anni ’80 Roma aveva ben tre orchestre, vere orchestre, di cui quella della Rai era altamente preparata e internazionalmente molto competitiva, esisteva poi, udite, udite, sempre in casa Rai un grande coro lirico ed un altro specialistico coro da Camera. Ma soprattutto c’era il bel coro di voci bianche diretto da Renata Cortiglione. Anche l’accademia di Santa Cecilia aveva una eccellente compagine di voci bianche diretta fino a qualche anno fa da Paolo Lucci. L’editoria musicale poteva contare di numerosi punti vendita e la produzione musicale classica aveva in un numero non indifferente di case di produzione discografica che promuovevano e sollecitavano la ricerca musicale nei settori più diversi. Il maestro Carlo Quaranta, con coraggio profetico, dirigeva un coplesso di musica antica tra i più prestigiosi del Paese e le sue fatiche erano diffuse da incisioni discografiche ancora oggi rimpiante. Ricordate poi la Fonit Cetra e le insuperate produzioni della RCA italiana? La grande musica da film guardava alla Cam e alla Cinevox per non parlare delle molte case editrici musicali. Ebbene si lavorava! Tutti potevano dire qualcosa di musicale una volta usciti dal laboratorio privilegiato di S. Cecilia. E proprio il Conservatorio di Roma, diretto dal Maestro Renato Fasano programmava una sua stagione musicale negli spazi dello stesso Conservatorio. Ricordo una Roma traboccante di suoni colti e condivisi, sacri e profani, risuonanti nelle chiese, nelle piazze, nelle austere volte dei palazzi.
Il concerto dei Genesis di qualche anno fa un successo musicale e un successo di partecipazione. Un grande festa della musica leggera e della città!
Quanto dovremo aspettare perché questo avvenga in modo e misura appropriata al genere, con un opera ed un complesso di musica colta?
Cari politici, cari organizzatori voi ignorate lo sguardo incantato dei ragazzi di undici, dodici anni di fronte alla poriezione del Flauto magico di Morzart nella regia di Ingmar Bergman o l’entusiasmo che suscita l’ascolto della quarta sinfonia di P. I. Tchaikowski. Perché le nostre esistenze devono sempre galleggiare nel mare della superficiale compiacenza sonora, facile ed elmentare e figlia di un edonismo a buon mercato?

Il recupero di certe effervescenze educative potrebbe essere realizzato dai gruppi autonomi e dalle Associazioni culturali purchè sotenute dagli organismi che governano il territorio. Invece il silenzio è quasi totale. Ad esempio Enorme è la latitanza delle istituzioni di fronte ad una esperienza che ha portato i nostri gruppi musicali a costruire un coro lirico, una orchestra d’archi di giovani professionisti e docenti di vari conservatori italiani, un coro di voci bianche. Troppo spesso i politici e gli amministratori ignorano le richieste di partecipazione creativa che provengono dalla città alle nostre associazio. La grande voglia di fare e di dire insieme; l’esigenza di confrontarsi e di inventare.
Le nostre associazioni rappresentano in questo panorama romano l’atteso momento di riflessione e vivacizzazione sulla musica colta e sulla musica tout court, la cui presenza è tanto precaria nel nostro Paese. Oggi queste associazioni possono contare, ripeto, ben cinque tra realtà corali e strumentali ed un settore didattico per adulti e adolescenti ed infine due classi di canto tenute da una docente lituana ed una ucraina. Un corpo complessivo di oltre duecento persone.
Gli ultimi concerti, il primo nella Sala Giulio Cesare del Campidoglio e il secondo nella basilica di S. Eustachio contavano cinquecento e quattrocento spettatori.
Tutta questa attività se è vero che ottiene il plauso della città è anche vero che fatica a vivere vista la sostanziale indifferenza del corpo politico e amministrativo della città. Sembra che questo sia ben più interessato a creare vetrine per quei pochi artisti, esponenti soprattutto nel campo della musica leggera, che, traducendosi nella emanazione della logica discografica, ignorano totalmente il grande quesito della formazione e della produzione più libera ed ampia possibile.

(Lo stesso protocollo d’intesa siglato con il comune di Roma con il coro Orazio Vecchi vive in una situazione di continua precarietà perché legato alla lungimiranza o altrimenti alla ottusità dei vari presidi che gestiscono di volta in volta la nostra scuola e la nostra sede.)

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